post-title Lo sport ci migliora (sempre)? https://sentierodellasalute.com/wp-content/uploads/frogs-1212209_1920.jpg 2016-05-13 11:03:03 yes no Inserito da

Lo sport ci migliora (sempre)?

Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni giochi olimpici, aveva le idee chiare: “Per ogni individuo, lo sport è una possibile fonte di miglioramento interiore.” Lo sport è uno degli elementi che concorrono al benessere dell’individuo e anche noi del Sentiero della Salute abbiamo dedicato diversi articoli su questo tema affrontato con un taglio medico, psicologico […]

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Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni giochi olimpici, aveva le idee chiare: “Per ogni individuo, lo sport è una possibile fonte di miglioramento interiore.” Lo sport è uno degli elementi che concorrono al benessere dell’individuo e anche noi del Sentiero della Salute abbiamo dedicato diversi articoli su questo tema affrontato con un taglio medico, psicologico e filosofico. In questo articolo desidero portare un taglio critico, che faccia sorgere dei dubbi sul fatto che lo sport ci faccia sempre del bene e ci renda migliori.

Il paradosso dell’eccellenza

Arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti. (Ayrton Senna)

Il senso di eccellenza che si nasconde dietro il verbo migliorare e che sostiene lo sportivo durante lo sforzo dell’allenamento ha un’origine molto lontana. L’antica Grecia oltre a essere la fonte remota dei giochi olimpici è anche la patria del concetto di perfezionamento di sé proprio attraverso la pratica sporfig-749705_1920tiva: “Per i Greci era inscindibile il concetto di ‘palestra’, dove allenare i corpi, da quello di ‘scuola’, dove allenare le menti: il luogo era uno solo, il cosiddetto “Ginnasio”” (M. Radaelli in Filosofia e sport: vitalità di corpo e mente). L’eccellenza implica grandezza, vittoria, superiorità, tratti spesso associati agli eroi dei poemi omerici. D’altra parte la filosofia greca ci propone un altro significato di eccellenza, “il giusto mezzo in relazione a noi” scriveva Aristotele nell’Etica Nicomachea. Eccellenza significa anche misura, equilibrio, armonia. L’eroe quindi non è colui che trionfa sfoggiando una perfezione fisica e morale assoluta, è colui che saggiamente sa misurarsi concorrendo ad un equilibrio tra mente e corpo, desiderio di primeggiare e tensione al ridimensionamento di sé.

Questa è un’ambivalenza concettuale di fondo per tutte le discipline sportive: allenarsi per superare i limiti o per trovare un equilibrio? Ed è con questa ambivalenza che possiamo iniziare a riflettere sul nostro approccio allo sport e sui nostri comportamenti più tipici.

Volendo approfondire la prospettiva classica possiamo aggiungere che il mondo greco concepiva il superamento di sé all’interno di limiti normativi ben precisi e commisurati alla finitezza dell’essere umano nel rispetto delle leggi della natura e della civiltà. Nell’epoca moderna invece il superamento di sé sembra non avere limiti e assistiamo ad atleti che sono costantemente alla ricerca spasmodica dell’autorealizzazione di sé e dell’abbattimento dei propri record personali, ad ogni costo e ad ogni mezzo (biologico, meccanico, chimico). Lo sport moderno infatti è nato e si è affermato in un contesto storico e sociale che premia la cultura del successo: ne deriva una visione dello sport che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche per gli interessi economici ad esso legati. Il filosofo Redeker scrive: “Prosperando sulla morte della cultura, lo sport modella un prototipo di uomo, funzionale al capitalismo della globalizzazione tecnologica e dei mercati, che postula la depoliticizzazione dell’umano. Il tifoso si è sostituito al cittadino”.

Circa un terzo della popolazione (oltre il 50% nel nord Europa) dei paesi occidentali pratica sport con regolarità: in questo contesto stanno emergendo anche nuove pratiche sportive, con alla base filosofie salutistiche diverse, alcune facilmente influenzabili da parte di condizionamenti commerciali. Prendiamo ad esempio gli sport estremi che spostano l’accento sul mettersi alla prova e sul far emergere una versione ideale e potenziata di sé. I cosiddetti sensation seeker sono alla “costante ricerca di sensazioni nuove e intense, unita alla disponibilità a correre rischi per ottenerle. Questi individui non cercano il rischio di per sé, esso è però una conseguenza del fatto che le sensazioni più forti possono essere sperimentate, spesso, solo in situazioni estreme, come appunto gli sport estremi” (G. Greppi in Sport estremi: la ricerca del rischio). L’eccellenza in questo caso si avvicina al concetto di autotrascendenza e l’atleta estremo mette in conto la sua stessa incolumità pur di raggiungerla.

Quando lo sport diventa un’ossessione

Anche esulando dallo sport competitivo in senso stretto possiamo incrociare le esperienze di chi con lo sport intende porsi limiti sempre più ambiziosi, innescando una competizione serrata solo con se person-812185_1280stesso. A tal proposito si parla di Bigoressia, un disturbo dalla catalogazione diagnostica incerta. Attualmente, questo disturbo non è incluso del  DSM-IV-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders)  come categoria diagnostica a sé stante, ma si discute se debba essere inquadrato tra i Disturbi dell’Alimentazione o come sottotipo del Disturbo da Dismorfismo Corporeo, a sua volta contenuto nella categoria dei Disturbi Somatoformi, la cui caratteristica comune è la presenza di sintomi fisici non giustificati da una condizione medica generale, né dagli effetti diretti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. La nostra Francesca Valle ha introdotto il tema della bigoressia insieme a quello dell’ortoressia nell’articolo L’ossessione per la salute: dall’ortoressia alla bigoressia, che consigliamo di leggere per una visione d’insieme.

Continuiamo a questo punto di approfondire la bigoressia, detta alternativamente vigoressia o complesso di Adone, al fine di dare degli input per aumentare la conoscenza su un tema dall’incidenza crescente: la prevalenza del disturbo è calcolata intorno a 100,000 persone nel mondo e nella palestre si aggira attorno al 10% dei frequentatori, ma con grande probabilità è sottostimata dal momento che non è così semplice riconoscere chi ne è affetto (Pope, Phillips, Olivardia,  2000). In un recente studio di P. De Pascalis si stima che ci siano oltre 60.000 persone tendenti alla bigoressia solo in Italia.

All’interno delle pubblicazioni scientifiche la prima comparsa del termine vigoressia la troviamo nel 1993 nell’articolo “Anorexia nervosa and “reverse anorexia” di Pope, Katz e Hudson: il termine reverse anorexia fu proposto in considerazione del fatto che, con modalità uguali e contrarie all’anoressia, chi soffre di questo disturbo continua a vedersi gracile e smilzo nonostante abbia una muscolatura ipertrofica o fuori dal comune. Tendere alla vigoressia significa manifestare una percezione distorta del proprio corpo tanto da ricercare in modo esasperato un ideale di bellezza e perfezione che inevitabilmente è sempre un po’ più distante del livello raggiunto. Così facendo si consolida facilmente un atteggiamento ossessivo rispetto alla preoccupazione per i risultati, sia nel timore di regredire rispetto a quanto acquisito, sia nel costante impegno di migliorare sempre di più le proprie dimensioni fisiche e prestazioni. Sebbene le statistiche mostrino che si tratta di un disturbo prevalentemente maschile (più frequente nei maschitraining-828726_1920 tra i 25 e i 35 anni, seguiti da quelli tra i 18 e i 24 anni) anche le donne che si dedicano ad una intensa attività fisica possono essere sensibili al tema. In uno studio svolto nelle palestre di Boston (Massachusetts), il 33% delle intervistate ammetteva di utilizzare o aver utilizzato steroidi anabolizzanti. Alcune donne evidenziavano una sindrome di dipendenza da tali sostanze, spesso a livello morboso. Il 56% delle utilizzatrici inoltre riportava sintomi ipomaniacali durante l’uso di steroidi ed il 40% evidenziava sintomi depressivi durante l’astinenza da essi.

Gli strumenti per la rilevazione della bigoressia sono scarsi, soprattutto a causa delle difficoltà inerenti la sua classificazione ed i suoi criteri diagnostici, di seguito i questionari attualmente usati nel contesto diagnostico italiano:

  • Muscle Disorder Inventory (MDI)e il Muscle Appareance Satisfaction Scale (MASS) di Cella et al. (2005)
  • Muscle Dysmorphic Disorder Inventory (MDDI-ITA)ed il Bodybuilder Image Grid (BIG) di Dèttore e Santarnecchi (2012)

 

In uno studio utilizzando la scala MASS (Muscle Appearance Satisfaction Scale), sono emersi cinque fattori fondamentali alla base della bigoressia (Mayville, Williamson e White, 2002):

  • dipendenza dal body building,
  • ossessivo “controllo” muscolare,
  • uso di farmaci anabolizzanti o sostanze ergogene,
  • rigide regole alimentari,
  • insoddisfazione per il proprio aspetto corporeo

 

La consapevolezza sul tema: io non sono malato, faccio sport per star bene!

La bigoressia è difficile da diagnosticare anche perché chi la manifesta nega fermamente di appartenere ad una categoria patologica. Come infatti si può pensare che andare in palestra e allenarsi con costanza sia un segnale di un qualsiasi disturbo della percezione di sé?

Ci sono però dei campanelli d’allarme che non bisogna sottovalutare come ad esempio:

  • Guardarsi continuamente allo specchio
  • Paragonare la propria forma fisica con quella degli altri
  • Provare stress se si salta un allenamento
  • Essere molto attenti nella preparazione dei pasti ed in particolar modo per quel che riguarda l’apporto di proteine
  • Assumere frequentemente integratori alimentari
  • Mettere l’allenamento prima di tutto, prima degli affetti, degli amici, della famiglia
  • Sentirsi continuamente insoddisfatti del proprio aspetto fisico

 

Cambiando volutamente registro linguistico ti chiedo: arrivato a questo punto dell’articolo senti qualche campanello squillare? O forse ti è venuto in mente qualcuno a te caro?

Prova a rispondere a queste brevi domande (D. Valea, 2005):fitness-719559_1920

  1. Hai mai avvertito il bisogno di ridurre la pratica sportiva?
  2. I tuoi familiari e conoscenti ti hanno fatto notare che ti eserciti troppo?
  3. Hai mai avuto l’impressione di esercitarti troppo?
  4. Hai mai sentito il bisogno di fare esercizio fisico fin dal mattino per sentirti bene?

Se hai risposto affermativamente ad almeno due domande il tuo fare sport sta uscendo dal concetto di benessere e entrando in quello dell’eccellenza a tutti i costi e probabilmente la tu avita sociale ne verrà impattata.

La misura dell’eccellenza

Umberto Galimberti sostiene che “il corpo è il nostro grande buco nero”, proprio perché non riusciamo mai a vederlo per quello che è, e anche nello specchio ne abbiamo un’immagine rovesciata. Come facciamo allora a capire fino a quando la pratica sportiva ci dona benessere e quando invece porta il nostro corpo ad una inutile esasperazione? Lo sport è un tramite, per il mezzo della dimensione corporea, di incontro con se stessi e con gli altri. Lo sport ci pone sulla soglia, apre una finestra alla relazione interna ed esterna. Sta quindi, e ancora una volta, a noi farci domande su ciò che stiamo facendo:

Praticando questo sport mi sento meglio? Mi piaccio più di prima? Ho preso consapevolezza dei miei limiti e delle mie oggettive possibilità?

Attraverso questo sport ho migliorato le mie relazioni sociali? Sto trovando supporto nella mia famiglia?

Sto contribuendo allo sviluppo degli altri e del mio contesto praticando questo sport? Sono io stesso fonte di progresso?

Rispondere affermativamente a queste domande ci riporta ad un concetto di eccellenza olistica, far bene a se per far bene agli altri, che apre la strada ad un soddisfacente miglioramento di sé.

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Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione. (Nelson Mandela)

 

 

Vedi anche:

Sport: un cocktail di benessere

Bibliografia

P. De Pascalis, Vigoressia. Quando il fitness diventa ossessione, Il Pensiero Scientifico Editore, 2013.

S.B., Mayville, D.A Williamson, M.A White, R.G Netemeyer, D.L Drab, Development of the Muscle Appearance Satisfaction Scale: a self-report measure for the assessment of muscle dysmorphia symptoms, Assessment, 9 (4), 351-360, 2002.

R. Olivardia, H. G. Pope, J.I. Hudson, Muscle dysmorphia in male weightlifters: a case control study, American Journal of Psychiatry, 157, 1291-1296, 2000.

H.G Pope, D.L.Katz, J.I.Hudson, Anorexia nervosa and “reverse anorexia” among 108 male bodybuilders, Psychiatry.  Nov-Dec; 34(6):406-9, 1993.

 

 

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