post-title Lo stress: una definizione tra medicina e psicologia https://sentierodellasalute.com/wp-content/uploads/stress-391654_1280.jpg 2015-05-07 00:00:29 yes no Inserito da

Lo stress: una definizione tra medicina e psicologia

Selye nel 1974 scriveva “[…] la completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di solito, non dobbiamo, ed in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso.” La vita odierna […]

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Selye nel 1974 scriveva “[…] la completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di solito, non dobbiamo, ed in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi ed adattando la nostra filosofia dell’esistenza ad esso.

La vita odierna sottopone gli esseri umani a livelli di stress molto elevati, che rischiano di essere deleteri se non vi si reagisce in modo corretto. Giacché è impensabile riuscire ad eliminare completamente i fattori di stress, risulta molto più importante imparare ad affrontarli: ecco dunque l’importanza dello “stress managment” (gestione dello stress).

Le origini del concetto

Il concetto di stress è diventato sempre più importante per via dell’impatto sulla realtà quotidiana. La parola “Stress” è stata mutuata dalla metallurgia, ambito in cui si riferisce alla “pressione” esercitata su un metallo per testarne la resistenza.

In psicologia, significativo è stato il contributo di Robert Hooke (Hinkle, 1973), il quale, partendo dall’analisi di opere architettoniche quali ponti e dighe, costruì un emblematico parallelismo: l’uomo è come un ponte e dev’essere in grado di sostenere pesanti carichi e resistere agli agenti atmosferici esterni. Entrano così in gioco nel concetto di stress il carico (load), rappresentato da tutte le forze esterne che compromettono la stabilità del sistema, la pressione (stress), costituita dall’azione esercitata dal carico sulla struttura, e la tensione (strain), ovvero la possibile deformazione della struttura per azione del carico e della sua pressione.

Questa metafora ha influenzato i successivi modelli teorici di stress, che vedevano nel carico elementi esterni in grado di influenzare il sistema e nella tensione le risposte di ciascun individuo.

Il cruciale contributo di Selye

Nel 1974 Selye ha dato un importante contributo alla definizione di stress, andando anche a differenziarlo in eustress, nel momento in cui la sua presenza risulti in uno stimolo positivo (ad esempio lo stress durante un esame che migliora la performance e aiuta il richiamo di informazioni), e distress, qualora superi le capacità di gestione da parte dell’individuo e diventi un evento negativo (ad esempio un eccessivo stress durante un esame che comprometta la performance e causi un black out di informazioni). Ecco allora che è apparso chiaro come lo stress, entro certi limiti, stimoli e promuova una risposta adattiva all’ambiente e alle sue richieste, ma oltre certi limiti divenga nocivo. Questa relazione tra livelli esterni e risposta allo stress venne descritta da Levi, nel 1972, come una U rovesciata: un po’ di stress è sano e costruttivo, la sua assenza o l’eccesso possono diventare deleteri. L’eustress coincide quindi con il controllo della situazione da parte dell’individuo. Nel momento in cui non si senta più in grado di gestire la situazione, e si senta oppresso dalle circostanze, si ingenerano ansia e incertezza e diventa in tal modo distress. Perché si realizzi questo shift è solitamente necessario che lo stress permanga per un certo periodo, e quindi cronicizzi.

Il contributo della psicologia

Il distress si presenta dunque con tre peculiarità: incontrollabilità, minacciosità e prevedibilità difficoltosa (Cassidy, 2002).

Nel 1966 Lazarus individuò tre differenti tipi di stress:

  • il danneggiamento (harm/loss) quando l’evento negativo ha avuto luogo e viene identificato con la risposta individuale ad una particolare situazione
  • la minaccia (threat): la possibilità prossima che si verifichi un evento negativo
  • la sfida (challenge): l’individuazione delle difficoltà che è necessario affrontare per il raggiungimento dell’obiettivo e il superamento di situazioni complesse attraverso la persistenza e la sicurezza di sé.

La percezione delle situazioni è soggettiva e pertanto lo stress va inteso come l’attivazione dell’organismo in relazione alla valutazione (appraisal) degli eventi intesi come minacciosi. Si tratta di una risposta di adattamento, risultato dell’interazione tra richieste esterne e capacità individuali. Questo significa che vi è una mediazione cognitiva dello stress (Lazarus e Folkman, 1984).

Non solo: vi sono altre variabili che incidono sulla gestione dello stress:

  1. la dimensione temporale dello stress, che può essere circoscritta (stress acuto) o prolungata (stress cronico) nel tempo
  2. la dimensione evolutiva dello stress: vi è un’iniziale risposta adattiva fisiologica aspecifica cui si affiancano fattori cognitivi ed emotivi. Ciò migliora le capacità di adattamento e difesa ma, al tempo stesso, può interferire con una normare risposta psico-fisiologica agli stress.

Scherner, nel 2001, ha ideato la teoria sulle componenti del processo (Component Process Model), secondo cui l’organismo attua cinque tipi di valutazione di fronte ad uno stimolo: novità, piacevolezza intrinseca, coerenza con i propri piani, abilità a gestire l’evento percepito e compatibilità dell’evento con il concetto di sé e con le norme sociali. Dall’insieme di queste valutazioni deriva poi la risposta decisionale. L’emozione è intesa pertanto come un processo dinamico.

La soggettività dello stress

Cruciale è il fatto che lo stress presenti componenti sia oggettive, e pertanto condivise da soggetti che esperiscono situazioni simili, sia soggettive, che possono avere un peso anche maggiore e che sono date dall’incongruenza e dalla dissonanza che l’individuo percepisce tra se stesso ed ogni dimensione del contesto che si trova ad affrontare (Lazarus 1966, 1981, 1991). Ciò rappresenta la prospettiva situazionale o transazionale, per cui il coping, ovvero l’insieme di risorse attuate per fronteggiare la situazione, è il processo che include le interazioni tra la persona e il suo ambiente fisico e psico-sociale e richiede una mediazione cognitiva. Le richieste della situazione sono oggetto dell’appraisal primario, mentre le risorse personali ed interpersonali sono oggetto dell’appraisal secondario: dalla combinazione dei due appraisal deriva l’intensità dello stress. Secondo Halpern (1995) esiste anche l’appraisal del controllo, che include la valutazione delle cause del problema.

Secondo il modello teorico dell’appraisal (Arnold, 1960; Lazarus 1966, 1981, 1990, 1999, 2003, 2006; Scherer, 1984, 1985, 1986, 1987, 1991, 2001, 2005) il processo di consapevolezza che permette di percepire una situazione come stressante può avvenire adottando una prospettiva razionale oppure emotiva (in cui la reazione fisica precede quella razionale).

Il concetto di evento stressante non è quindi univoco e, soprattutto, non è rappresentato solo da fattori esterni. Anche eventi fisiologici o psicologici possono diventare parte degli stimoli complessi che impongono delle richieste alle risorse di coping. Gli stressors, fattori di stress, quindi vanno definiti in base al loro significato e al significato emozionale che generano nella persona interessata. Gli eventi che richiedono importanti cambiamenti, secondo Holmes e Rahe (1967), sono spesso causa di stress. Secondo Giusti e Di Fazio (2008) le principali fonti di stress si riassumono in eventi esterni, conflitti nelle relazioni interpersonali, pressioni interne (intese come bassa autostima, considerazioni negative rivolte a se stessi) ed eventi critici della vita.

Sempre secondo Lazarus in relazione al processo di valutazione si possono adottare delle strategie focalizzate sul problema e pertanto volte alla sua rimozione, oppure focalizzate sulle emozioni, con il tentativo di ridurre le emozioni negative. Un adattamento ottimale le richiede entrambe.

Di fronte allo stress si possono identificare tre tipi di stili cognitivi (Eysenck, 1985):

  • il nevroticismo e la reattività emozionale (Eysenck, 1985), intesa come predisposizione stabile all’ansia: vulnerabilità, insicurezza ed instabilità emotiva sono i suoi tratti caratteristici
  • la personalità di tipo A (Friedman & Rosenman, 1974) competitivo, ambizioso, aggressivo, affrettato ed impaziente
  • l’hardiness o resistenza (Kobasa, 1979), che esprime l’impegno, il controllo e la sfida (Furnham, 1992)

Come indicato da Lazarus le modalità di risposta ad una situazione sono soggettive. Se le risorse individuali non sono sufficienti a controllare la complessità della situazione può verificarsi uno stato di stress conseguente alla percezione di emozioni negative.

Sindrome Generale di Adattamento

Nel 1936 Selye introdusse il concetto di Sindrome Generale di Adattamento (GAS– General Adaptation Sindrome) per spiegare il modo in cui l’organismo fa fronte ad un evento stressante:

  1. inizialmente si sviluppa una fase di allarme, durante la quale si verificano degli adattamenti fisiologici tipici del fight or flight (attacco o fuga) come tachicardia, aumento della pressione arteriosa, aumento dell’irrorazione muscolare,… È preceduta da una fase di shock, con abbassamento del funzionamento dell’organismo al di sotto della baseline, cui segue una fase di controshock con attivazione del sistema neurovegetativo (Favretto, 1994). Lo stressor agisce sull’ipotalamo e viene attivato l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene, con messa in circolo di cortisolo, adrenalina e noradrenalina e aumento di energia disponibile in forma di glucosio. Se l’agente stressante non viene neutralizzato in tempi brevi inizia la fase di resistenza
  2. Fase di resistenza, durante la quale l’organismo sviluppa un maggior adattamento allo stressor tramite dispendio energetico sostenuto dall’asse ipotalamo- ipofisi- corticosurrene. Se questi sforzi porteranno ad un risultato positivo saremo stanchi ma soddisfatti. Se non si riuscirà in quest’obiettivo si svilupperà una sensazione di stress e frustrazione, ovvero distress, e si entrerà nella fase di esaurimento
  3. Fase di esaurimento: l’organismo, non in grado di attuare le risposte adeguate, va incontro a malattie psicosomatiche e diventa vulnerabile. Inoltre si verifica una depressione del sistema immunitario e la debolezza generale possono portare ad un esaurimento fisico e mentale.

A fronte di tutto quanto detto sinora emerge come le reazioni allo stress possano essere suddivise in: fisiologiche, riassunte nella Sindrome Generale di Adattamento, e comportamentali, che possono sfociare in abuso di alcolici o psicofarmaci, aumento del consumo di cibo, disturbi del sonno, linguaggio più affrettato, ridotta produttività al lavoro, mancanza di motivazione ed infine psicologiche, ovvero emotive e cognitive. Quindi si può assistere a difficoltà di ragionamento, scarsa creatività, ridotto problem-solving. E ansia, reazione tipica delle situazioni vissute come pericolose: essa rappresenta sia una risorsa, portando il soggetto ad avere livelli di attenzione elevati, sia un limite o addirittura un disturbo nel momento in cui venga innescata in situazioni che non la giustifichino (Giusti e Di Fazio, 2008).

Secondo Horowitz il processo di risposta allo stress in persone mentalmente sane e mature avviene in modo pressoché naturale e automatico, attraverso il susseguirsi di quattro fasi: la protesta, l’intrusione (caratterizzata dalla tendenza a ripensare all’evento stressante con compromissione dei meccanismi di difesa) o negazione, elaborazione e completamento (attraverso una fase di desensibilizzazione e la decrescita di ansia: la persona si sente nuovamente bene).

La cronicizzazione è spesso accompagnata dall’insorgenza di comorbidità, attraverso il coinvolgimento di meccanismi diversi.

Stress tra medicina e psicologia

Lo stress è un ponte importante in grado di mettere d’accordo e di far collaborare queste due nobili discipline. Lo stress non gestito, infatti, può essere causa di un ampio spettro di sintomi, sostenuti da risposte ormonali perpetuate nel tempo, di cui scriverò prossimamente.

La capacità di affrontare lo stress e non limitarsi a subirlo diventa quindi uno strumento indispensabile. Gli interventi in questa direzione sono numerosi e la psicologia sta dando un importante contributo.

 

Vedi anche:

Stress da lavoro-correlato: quando lavorare diventa uno stress

Bibliografia:

  • Selye H, Forty years of stress research: principal remaining problems and misconceptions CMA Journal, 1976: 115: 53-56
  • Villani D, Grassi A e Riva G: Tecnologie Emotive: nuovi media per migliorare la qualità della vita e ridurre lo stress, 2011 Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto
  • Bottaccioli F e Carosella A, Immunità, cibo e cervello, 2009, Tecniche Nuove
  • Bottaccioli F, Il sistema immunitario: la bilancia della vita, 2008, Tecniche Nuove
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