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Elogio alla semplicità: un sobrio “modus vivendi”.

“La salute non è tutto ma senza salute tutto è niente” (Arthur Schopenhauer) Nel nostro percorso filosofico, legato strettamente al tema medicina-salute, abbiamo cominciato a capire e a mettere le basi al pensiero che ci accompagnerà in questa “avventura” particolarmente esaltante. Sappiamo bene che non è sempre facile affrontare il profondo rapporto tra filosofia e medicina, […]

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Schopenhauer“La salute non è tutto ma senza salute tutto è niente” (Arthur Schopenhauer)

Nel nostro percorso filosofico, legato strettamente al tema medicina-salute, abbiamo cominciato a capire e a mettere le basi al pensiero che ci accompagnerà in questa “avventura” particolarmente esaltante. Sappiamo bene che non è sempre facile affrontare il profondo rapporto tra filosofia e medicina, ma ci rendiamo anche conto che questa strada è piena di interrogativi, curiosità, scoperte, sensazioni e sentimenti positivi, che non possono far altro che provocare il nostro pensiero.

Arthur Schopenhauer, in tutta la sua nobiltà, pensava bene quando diceva che “la salute non è tutto ma senza salute tutto è niente”, perché poneva l’attenzione su un interrogativo assolutamente necessario: come possiamo vivere, pensare, amare, odiare, camminare, correre, sognare, senza prima aver dato la giusta attenzione alla nostra salute? Abbiamo già espresso diverse volte la positività che l’uomo trae dalla cura di se stesso e del proprio corpo, come pure abbiamo spiegato in modo netto che senza una sana alimentazione non possiamo di certo tendere all’armonia tanto bramata. In questa sede tentiamo un passo ulteriore, e cioè proviamo a pensare e riflettere su una parola che fa da “contorno” alla nostra vita: semplicità. La semplicità è quella parola che forse più di tutte oggi è desiderata e allo stesso tempo poco capita e apprezzata.

Cosa intendiamo per semplicità? Cosa vuol dire essere semplici e, nel contesto che interessa a noi, sobri con noi stessi e con ciò che mangiamo? Perché abbiamo bisogno di semplicità? Per rispondere in modo chiaro a queste reali provocazioni abbiamo l’urgenza, come ogni volta che “facciamo filosofia”, di fermarci a pensare. In un certo senso la semplicità è quell’atteggiamento che rende ciascuno di noi più attento, più concentrato sull’essenza di ciò che veramente conta, più dedito magari all’ascolto e al sorriso quotidiano, a tutte quelle cose, insomma, che non riguardano il superfluo. E la semplicità non riguarda solo il nostro vivere e pensare quotidiano, ma anche il nostro rapporto con il cibo. Non possiamo togliere questa basilare considerazione dalla nostra riflessione. Per affrontare questo tema ci addentriamo velocemente nella storia passata.

Seneca, nel criticare la sregolatezza dei costumi Parassita-bigdei suoi contemporanei, attribuiva la crisi delle antiche doti morali alla loro frugalità ormai persa, a quella parsimonia veterum che in effetti si riscontra nelle abitudini alimentari primitive quando i latini si nutrivano soprattutto di puls, un’insipida polenta di farro cotta in acqua e sale, con contorno di legumi, pesciolini salati (gerres o maenae), frutta, formaggi e, raramente, di carne. La sobrietà alimentare caratteristica della virtus romana era negli stessi inizi leggendari di Roma quando sulle navi di Enea, secondo il racconto di Virgilio, durante una travagliata navigazione durata sette anni, i marinai troiani potevano nutrirsi quasi esclusivamente della polenta di farro accompagnata dai pesci pescati durante il viaggio e dalla poca carne acquistata nei porti.

Un’alimentazione quella antica fatta soprattutto di vegetali, com’era nell’uso dei vicini etruschi da cui nei periodi di carestia provenivano a Roma lungo il Tevere i rifornimenti di grano («ex Tuscis frumentum Tiberi venit») che permisero dal II secolo a.C. la produzione del pane, di cui esistevano tre qualità: quello candidus, fatto di farina bianca finissima, secundarius sempre bianco ma con farina miscelata ed infine quello plebeius o rusticus una specie di pane integrale. Dagli stessi etruschi più ricchi, ai quali «le possibilità economiche e le necessità del decoro gentilizio lo consentivano», giunse a Roma l’abitudine di nutrirsi di un cibo più vario e ricco di proteine, costituito sia da selvaggina che da animali di allevamento. Quando poi Roma entrò in contatto in età ellenistica con i Greci della Magna Grecia da loro imparò ad apprezzare i frutti dell’olivo e della vite che aveva usato fino a quel momento soprattutto per i riti religiosi.

A partire dall’età di Augusto, con la conquista dell’Oriente e gli intensi rapporti commerciali con l’Asia, arrivò a Roma «tutto quanto la terra produce di bello e di buono», e l’alimentazione romana si raffinò: al cibo inteso come puro sostentamento cominciò in epoca imperiale a sostituirsi. anche con l’uso delle spezie e dei profumi, il gusto e la cultura del cibo, passando dalla pura alimentazione ai sapori. Mutarono, quindi, le modalità dei pranzi e delle cene, dei banchetti e dei ricevimenti, con un occhio particolare alla sobrietà. L’emblema più alto di semplicità lo troviamo, successivamente, nella cosiddetta “frugalità cristiana”, dove, appunto, i cristiani trasformarono le cene in “agape”, ovvero contesti dove si mangiava e allo stesso tempo si lodava Dio. I digiuni, le penitenze, i sacrifici, le offerte, erano tutti concreti segni di sobrietà e di un “modus vivendi” che servivano a mantenere l’animo attento e il corpo sufficientemente sveglio.

Staking_Balancin_Gabriele_MeneguzziEcco, dunque, alcuni tentativi di risposta alle domande che ci siamo prefissati. Perché abbiamo bisogno di semplicità? Perché tutto ciò che siamo è frutto di equilibrio. La vita spesso sregolata, il mondo che ci disorienta, il pensiero comune e tante situazioni che ci circondano ci portano frequentemente verso una direzione opposta, verso la cultura del “tutto si può fare” e, anche in termini di cibo, “tutto si può mangiare”. Certo, siamo uomini liberi e quindi non soggetti a restrizioni, ma non dimentichiamoci di imparare a guardare la nostra vita con occhi diversi. “Ognuno è ciò che vuole essere”, e anche quando parliamo di cibo e salute ognuno vive della salute che cerca. La semplicità, allora, può essere davvero quel condimento capace di renderci più responsabili e felici nel “godere noi stessi”.

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