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La paura di fallire ci fa fallire ugualmente

  “Il successo è per il 99% fallimento.” Sochiro Honda. La sensazione di essere inadeguati, fuori posto, di non aver abbastanza capacità né risorse per raggiungere un risultato è una condizione molto comune e altrettanto umana. Chi infatti almeno una volta nell’ultimo mese (o giornata) non si è detto “non ce la faccio, non ne […]

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  “Il successo è per il 99% fallimento.” Sochiro Honda.

La sensazione di essere inadeguati, fuori posto, di non aver abbastanza capacità né risorse per raggiungere un risultato è una condizione molto comune e altrettanto umana. Chi infatti almeno una volta nell’ultimo mese (o giornata) non si è detto “non ce la faccio, non ne sono capace”?

Prova ora a concentrarti su di te e chiediti:

  • Ho mai abbandonato un obiettivo o un’attività perchè non ero sicuro di come sarebbe andata a finire?
  • Mi è mai capitato di evitare situazioni che mi avrebbero spinto a fare qualcosa di nuovo?
  • Mi è mai capitato di abbandonare qualcosa che avrebbe potuto migliorare la mia vita anche senza una valida ragione per abbandonarla?
  • Mi preoccupo di quello che gli altri pensano di me? Temo di deluderli se faccio o non faccio qualcosa?

Se hai risposto affermativamente ad almeno un paio di domande significa che hai incontrato la paura del fallimento, la buona notizia è che non sei il solo. Vivere all’interno di contesti sociali implica la paura del fallimento e quindi chiunque intorno a te potrebbe rispondere parimenti.

Definizione di Paura del Fallimento

Innanzitutto la paura di fallire non è necessariamente indicativa di un basso livello di autostima, è invece proporzionale all’impatto della desiderabilità sociale, cioè l’aspettativa di essere ben voluti, rispettati e apprezzati dagli altri. Riflettiamo ancora un attimo e chiediamoci: di fronte ad un nuovo compito, una nuova responsabilità, una situazione che affrontiamo per la prima vwoman-1006102_1920olta, di cosa realmente abbiamo paura? Avendo il tempo di allenarci e ripetere più volte la situazione avremmo ancora paura di non farcela?

In realtà quello che temiamo è di non riuscire a farcela al primo colpo: questa è la paura del fallimento.

Psicologicamente parlando, tuttavia, è improprio definire questa condizione una paura: la paura è infatti un’emozione derivante dall’essere esposto a situazioni di pericolo oggettive o immaginarie, reputate dall’individuo come minacciose o dannose. E’ causata dalla percezione cognitiva di una minaccia e si accompagna con un’accelerazione del battito cardiaco e delle principali funzioni fisiologiche di difesa. La “paura” del fallimento invece è una sorta di nevrosi che ci porta a dubitare di noi stessi temendo di non essere all’altezza della valutazione degli altri per il fatto che non riusciremmo ad avere successo al primo colpo. E’ questa idea irrazionale del “successo ad ogni costo” (Ellis,1975) che ci porta a desistere di fronte a nuove sfide; così facendo ci sottraiamo allo sforzo del cogliere una nuova opportunità e, di fatto, falliamo comunque.

Strategie di risposta alla paura che non sono efficaci

Quando percepiamo la paura del fallimento possiamo adottare alcune strategie di compensazione che fungono da meccanismo di protezione per l’autostima, vediamole nello specifico e valutiamone l’efficacia.

  1. Il pessimismo difensivo è una strategia cognitiva che ci porta a fissare le aspettative di risultato a livelli eccessivamente bassi andando con l’immaginazione fino al pensiero del peggior esito possibile. Qualora si presenti il fallimento, il fatto di aver già previsto questa possibilità, non turba la nostra autostima e soprattutto non scontenta gli altri. Questo meccanismo può aiutarci ad abbassare i livelli di ansia durante il compito e contribuire ad una maggiore focalizzazione sul risultato, portandoci paradossalmente ad una buona performance. Tuttavia sebbene nel breve periodo il pessimismo difensivo porti qualche vantaggio, nel lungo si associa a sentimenti di frustrazione ed impotenza per via dei mediocri obiettivi che ci si prefigge di raggiungere.
  2. Adottando l’autosabotaggio tendiamo a crearci da soli uno o più ostacoli al successo, e una volta verificatosi il fallimento attribuiamo la responsabilità dell’insuccesso agli ostacoli e non alla nostra incapacità di gestirli. Questo meccanismo consolida la formazione di alibi, che sono elementi reali del mondo esterno (persone, oggetti, contesti, risorse) sui quali riversiamo una forte carica emotiva, pensando che siano questi stessi elementi a controllare la nostra probabilità di successo. Questa strategia ha un rischio maggiore di compromettere l’esito della nostra prestazione e soprattutto ci fa sentire impotenti rispetto alla possibilità di determinare la nostra vita.
  3. Un altro curioso meccanismo di difesa è la svalutazione del campo di successo, una forma di razionalizzazione che porta il soggetto a pensare: “non ce la faccio, ma non è poi così importante”. In questo modo si blocca ogni possibilità di attivarsi verso il risultato, dinamica che porta ad un appiattimento dell’energia e ad un consolatorio “accontentarsi di quello che si ha”. Proprio come nella favola “La volpe e l’uva” di Fedro (che riprende in realtà una novella di Esopo) l’animale andando vani i suoi tentativi di acchiappare dell’uva da un albero esclama :“Nondum matura est” (non è ancora matura). Svalutare ciò che non si riesce ad ottenere è una strategia che nasconde i nostri limiti e non ci aiuta a pensare a “cos’altro posso fare per raggiungere la mia desiderata uva?”.

Ricordiamoci ancora una volta che quando proviamo ad evitare la paura del fallimento falliamo comunque perché invece di faticare per diventare quello che desideriamo ci frustriamo nel consolidare quello che già siamo.

La paura del successo

Abbiamo scritto che la paura del fallimento ha una forte componente sociale che trattiene l’individuo dal provare a fare qualcosa di nuovo per timore di scontentare le aspettative degli altri e che questo meccanismo può ostacolare il raggiungimento dei propri obiettivi.

Ebbene esiste anche un altro meccanismo che concorre allo stesso risultato: la paura di avere successo. Cosa succede infatti quando una persona raggiunge obiettivi ambiziosi o è il primo a tagliare un traguardo? Solitamente pochi si complimentano con chi ha avuto successo e molti altri, più o meno esplicitamente, commentano negativamente il risultato, trovando occasioni per criticare la persona o quello che ha fatto.

Nel 1989 lo psicologo sociale Norman Feather identificò questa condizione nella “Tall poppy syndrsuccess-259710_1920ome”“Sindrome del papavero alto”, un neologismo tratto dalla lingua inglese-australiana che indica la tendenza a criticare e ad avere sentimenti di ostilità verso una persona che eccelle nella sua vita per meriti personali. In altre parole le persone di successo sono preferibilmente soggette all’indivia e alla frustrazione di chi il successo non l’ha ottenuto (e magari non ci ha nemmeno provato). Dal punto di vista sociologico osteggiare chi si distingue dalla massa servirebbe a garantire un maggiore senso di equità sociale (Johansen, 1996). Dal punto di vista strettamente personale tuttavia l’idea di essere criticati una volta raggiunto l’obiettivo può essere un ostacolo altrettanto forte per desistere ancor prima di cominciare. La paura del successo si trasforma allora nella paura di essere esclusi dal gruppo, di trovarsi soli con le nuove responsabilità.

Il mindset efficace per il successo

Nessuno fallisce mai in alcunché. Tutto quello che fate produce un risultato: se state cercando di imparare a prendere il pallone ma lo lasciate cadere ogni qualvolta che qualcuno ve lo lancia, non avete fallito. Semplicemente, avete prodotto un risultato. La vera domanda è: cosa fare con il risultato prodotto? Rinunciate e vi lamentate sostenendo di essere dei pessimi atleti, oppure dite: ‘lanciamelo di nuovo!’ e continuate fino a quando non riuscite a prendere il pallone?” Wayne W. Dyer

La stragrande maggioranza delle persone di successo non ha avuto successo la prima volta che ci è cimentato in un’impresa:

  • Thomas Edison ha provato 8000 tentativi prima di inventare la lampadina;
  • I Beatles sono stati eliminati alle audizioni alla Columbia Records, alla Deca, alla Pay, alla Philips prima di avere successo;
  • Soichiro Honda negli anni trenta ottenne un contratto con la Toyota per la fornitura di pistoni, degli oltre 30mila pezzi che propose, solo 50 vennero presi in considerazione, e solo 3 superarono l’esame qualità;
  • Vincent Van Gogh degli oltre 800 quadri e bozze che dipinse ne riuscì a vendere solo uno.

 

Il fatto che la storia sia piena di esempi simili è una schiacciante dimostrazione che è altamente improbabile riuscire in un obiettivo nuovo ed ambizioso al primo tentativo. La paura del fallimento e la paura del successo posso in realtà diventare alibi per non accettare l’incapacità di perseverare, di sacrificarsi per raggiungere un traguardo, attribuendo a qualcos’altro o a qualcun’altro la responsabilità di una mancanza di efficacia personale.

Ecco alcuni spunti per cambiare il tuo assetto mentale assumendoti pienamente la responsabilità dei tuoi obiettivi:

  1. Il fallimento è una componente del tuo successo
  2. Disponi di tutte le risorse necessarie per farcela
  3. Puoi tagliare il traguardo se dividi il compito in piccoli obiettivi
  4. Se quello che stai facendo non funziona fai qualcos’altro
  5. Non ci sono problemi solo opportunità
  6. I tuoi obiettivi e come li raggiungi determinano il tuo futuro

Per gestire invece l’impatto emotivo del confronto con gli altri ripeti a te stesso che:

  • È impossibile essere adeguati in tutte le situazioni, ognuno di noi ha i suoi punti di forza e di debolezza
  • È assurdo pretendere di essere amati apprezzati da tutti, anche perché questo dipende non solo da ciò che facciamo ma da come lo vedono gli altri
  • Non esistono persone vincenti, cioè in grado di vincere sempre, esistono invece strategie e comportamenti vincenti!

 

Concludiamo questa riflessione con una domanda: quando abbiamo paura di fallire di cosa abbiamo realmente paura?

“La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltchildren-887393_1280re ogni limite. E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più. Ci domandiamo: Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?. In realtà chi sei tu per NON esserlo? Siamo figli di Dio. Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo.

Non c’è nulla di illuminato nello sminuire se stessi cosicchè gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.”

Marianne Williamson (brano più volte attribuito a Nelson Mandela)

Bibliografia

W. Dyer,“Dieci segreti per il successo e l’armonia”, Tea Edizioni, 2010.

N.T. Feather, “Attitudes towards the high achiever. The fall of the tall poppy”, Australian Journal of Psychology 41: 239–67,1989a.

B. Peters, “Tall poppies and egalitarianism in Australian discourse: From key word to cultural value, article in english world-wide”, January 2004.

I. Stephens, “Tall Poppyship. How to Get Ahead and Stay There”, Crown Content, 2001.

M. Williamson, “A Return to Love: Reflections on the Principles of a Course in Miracles” – Harper Collins, 1992.

Sitografia

50 Famously Successful People Who Failed At First

http://www.onlinecollege.org/2010/02/16/50-famously-successful-people-who-failed-at-first/

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