post-title Digital media and social image: we are what we share https://sentierodellasalute.com/wp-content/uploads/man-475557_1920.jpg 2015-11-22 22:48:34 yes no Inserito da

Digital media and social image: we are what we share

 «Quando su internet ci descriviamo diversi da quelli che siamo –perfino su informazioni fondamentali come l’età, il sesso o la razza – non dobbiamo ritenerci bugiardi o degli artisti del raggiro [..] dobbiamo sentirci più come ricercatori, o sperimentatori. Stiamo giocando con le nostre identità e provando differenti cappelli per vedere come stanno e come […]

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 «Quando su internet ci descriviamo diversi da quelli che siamo –perfino su informazioni fondamentali come l’età, il sesso o la razza – non dobbiamo ritenerci bugiardi o degli artisti del raggiro [..] dobbiamo sentirci più come ricercatori, o sperimentatori. Stiamo giocando con le nostre identità e provando differenti cappelli per vedere come stanno e come gli altri reagiscono ad esso.» (Wallace, 1999)

Il web e gli strumenti ad esso collegati stanno sempre più diventando un appuntamento quotidiano, ricorrente, fino ad intrecciarsi fittamente con i nostri ritmi di vita. Lo “status” è una parola di utilizzo comune anche tra chi non ha studiato latino, per non parlare dei “like” che ingombrano la maggior parte delle conversazioni, all’interno delle quali è così naturale diventare tutti “amici”. Questo articolo vuole essere un pretesto per una riflessione sull’uso consapevole dei digital media e un’opportunità per alimentare un dubbio critico nei confronti delle nostre abitudini digitali e dell’immagine sociale che stiamo costruendo online, così da generare una nuova consapevolezza.

Ci faremo guidare da alcuni interrogativi attorno ai quali alimenteremo una discussione.

Primo interrogativo: Siamo davvero così convinti di poter governare i nuovi media e la conseguente offerta di interazione sociale o sono quest’ultimi ad influenzare la nostra vita?

A fronte di questo interrogativo in letteratura ci sono due scuole di pensiero: il determinismo tecnologico (McLuhan) e il costruzionismo sociale (Williams).tree-200795_1920

Secondo la prima teoria l’utilizzo di uno strumento tecnologico impatta fortemente sul pensiero e sul sentire dei propri utenti e modifica la comunicazione e la costruzione delle relazioni sociali. McLuhan sposta il focus della comunicazione umana dal contenuto del messaggio al mezzo con cui il messaggio è veicolato, il quale «controlla e plasma le proporzioni e la forma dell’associazione e dell’azione umana» (McLuhan, 1964). ll determinismo tecnologico, dunque, attribuisce ai media la capacità di influenzare e di trasformare la società. In questo approccio la tecnologia è considerata come avente una propria identità e un’esistenza esterna alla società in cui si diffonde, in altre parole non è più l’uomo a scegliere la direzione del suo progresso, ma è la tecnologia a scegliere per suo conto. Inoltre, nella relazione tra tecnologia e cultura, la tecnologia sembra detenere un ruolo attivo mentre la componente culturale mostra un ruolo secondario, poiché non agisce sulla tecnologia, ma si adatta ad essa.

All’opposto rispetto al determinismo tecnologico di McLuhan, in una posizione più netta, è possibile rintracciare alcune teorie costruttiviste per le quali la comparsa di una tecnologia in una società dipende strettamente dalle condizioni economiche e dalle trasformazioni sociali e culturali che la precedono. Per Williams il mezzo tecnologico ha un’origine psicosociale e nasce dallo sviluppo e dalla riconfigurazione di una cultura per raggiungere un obiettivo stabilito socialmente. L’effetto sull’utente perciò dipende solo dall’effettivo utilizzo del mezzo.

G. Riva perseguendo un approccio integrato sostiene che le due teorie sono da considerarsi complementari in quanto si focalizzano su specifiche fasi del processo di introduzione di un nuovo media all’interno di un contesto sociale: l’ingresso di una novità tecnologica e la sua piena accettazione in una determinata società. In un primo momento la nuova tecnologia si offre in una società come rispondente a determinati bisogni culturali e sociali e così facendo genera un cambiamento nella matrice sociale e relazionale; una volta introdotta, la nuova tecnologia si trasforma a sua volta e si adatta al contesto culturale, ai meccanismi produttivi e alle pratiche sociali.

Traducendo queste riflessioni teoriche nella nostra vita quotidiana possiamo dire che una volta che iniziamo ad utilizzare una nuova tecnologia o un nuovo mezzo di comunicazione assistiamo ad cambiamento del nostro modo di rapportarci con il mondo esterno e con la nostra matrice sociale, cambiamento che non per tutti implica una consapevolezza a riguardo. In una seconda fase lo strumento tecnologico subisce delle modifiche a seconda del nostro utilizzo e si evolve con noi poiché risulta integrato con le nostre esperienze sociali.

Lo sviluppo poi dei nuovi media (smartphone, tablet) sta progressivamente trasformando le tecnologie in vere e proprie esperienze (G. Riva). A questo proposito la «Tecnologia Positiva», una disciplina emergente che si appoggia sul background teorico e metodologico della Psicologia Positiva (Seligman), si propone di intervenire sulle caratteristiche dell’esperienza, soprattutto in caso di disagio o psicopatologia, in modo da aiutare il soggetto a realizzare delle esperienze ottimali e generare un cambiamento verso un maggiore benessere personale. La tecnologia Positiva è infatti “un approccio scientifico applicativo che usa la tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società” (Riva et al. 2012)

L’esperienza tecnologia quindi può essere fonte di grande benessere e progresso, quello che però possiamo fare è alimentare un’attenzione vigile e critica affinché le nostre abitudini digitali ci mantengano sul sentiero della salute, evitando in tal modo di diventare succubi esecutori di input virtuali.

Secondo interrogativo: Abbiamo mai misurato la nostra digital literacy o la diamo per scontata?

La digital literacy (letteralmente alfabetizzazione digitale) è la capacità di utilizzare con consapevolezza e senso critico i digital e social media conoscendone linguaggi, opportunità e rischi per la privacy. Usare con frequenza il web per fare ricerche mirate o stare iperconnessi attraverso una serie di applicativi on-line non necessariamente significa avere coscienza del proprio comportamento digitale.

La digital literacy secondo Eshet-Alkai (2004) è composta di cinque abilità:

  1. foto-visiva, la capacità di leggere istruzioni da interfacce grafiche
  2. di riproduzione, la capacità di creare nuovi contenuti digitali dai preesistenti
  3. divisiva, l’abilità di costruire senso da una navigazione ipertestuale e non lineare
  4. informativa, ovvero il valutare criticamente la qualità dell’informazione digitale
  5. socio-emotiva, l’abilità di comprendere e saper gestire le regole del cyber-spazio

Questo costrutto multidimensionale mette in evidenza la necessità di sviluppare competenze sia sul piano tecnologico (saper esplorare e affrontare con flessibilità problemi e contesti tecnologici nuovi), sia sul piano cognitivmacbook-624707_1920o (saper leggere, selezionare, interpretare e valutare dati e informazioni sulla base della loro pertinenza ed attendibilità) che sul piano psicologico ed etico (saper interagire con altri soggetti in modo costruttivo e responsabile avvalendosi delle tecnologie).

Proviamo a farci qualche domanda la prossima volta che apriamo un browser:

  • Quando sono alla ricerca di informazioni sono certo di cercare quello che mi serve nel modo più veloce?
  • Come mi assicuro che l’informazione trovata sia significativa e affidabile?
  • Mi sono mai chiesto come utilizzare al meglio i social network?

Ecco un veloce test per misurare il proprio livello di alfabetizzazione digitale

http://www.proprofs.com/quiz-school/story.php?title=NTc3OTU0

Terzo interrogativo: Quali sono i confini della nostra identità sociale online?

Facciamo un esperimento. Apri un motore di ricerca qualsiasi e digitate il tuo nome e cognome:

  • Cosa appare?
  • Su quale sito compaiono le informazioni legate alla tua identità?
  • Appaiono forse delle tue foto?
  • E le informazioni che ti riguardano sono visibili a tutti?
  • Sei contento dell’immagine che stai costruendo attraverso i social media?

Ogni volta infatti che ci affacciamo su un social network e/o utilizziamo un’applicazione di messaggistica mobile diamo visibilità al nostro network di un aspetto della nostra persona iphone-500291_1280o di un nostro vissuto emotivo: così facendo costruiamo pezzo-pezzo un’idea di noi stessi che, spesso con leggerezza, affidiamo all’uso e consumo degli altri. La maggior parte delle persone quando accede alla rete lo fa per un bisogno personale di raccolta di informazioni o di condivisione di dati senza porsi il problema di quanto i propri dati o immagini vengano esposte a terze parti.

Un «social network» è per definizione una piattaforma basata sui nuovi media che consente all’utente di gestire sia la propria rete sociale (organizzazione, estensione, esplorazione e confronto), sia la propria identità sociale (descrizione e definizione). La costruzione di uno spazio virtuale all’interno del quale costruire e far vivere il proprio profilo rappresenta un’inestimabile risorsa per soddisfare il bisogno umano primario di essere socialmente connesso: per questo i social network hanno una grande presa sulla maggior parte delle persone. Per chi vi accede inoltre la possibilità di ricevere un rinforzo sociale attraverso commenti positivi (i cosiddetti “like”) o l’utilizzo di emoticon indice a ripetere l’esperienza virtuale; alcuni ricercatori a tal proposito hanno individuato in questo meccanismo l’attivazione del nucleus accumbens del nostro cervello, che si lega ai fenomeni di ricompensa.

I social network danno perciò agli utenti la preziosa opportunità di generare e modellare la propria presenza online impattando sulla propria identità sociale. Un sondaggio ha però rilevato che i due terzi degli utenti dei più famosi social network distorcono la verità sul proprio profilo online, e che un quinto dei giovani tra i 18 e 24 anni ammette che il proprio profilo non reca alcuna somiglianza con ciò sono nella realtà.

A questo punto si potrebbe aprire un lungo discorso sulle ripercussioni dell’alterazione dell’immagine di sé, volutamente però lo possiamo rilanciare per un altro articolo e per concludere questa riflessione poniamoci ancora qualche domanda:

  • L’immagine sociale che presento in rete è abbastanza adatta per descrivere il Vero Me?
  • Sono consapevole della possibile valutazione che gli altri faranno di me attraverso le informazioni presenti in rete? Posso ritenermi soddisfatto di tale valutazione o desidero fare dei cambiamenti?

I social network sono un luogo di costruzione, condivisione, sperimentazione: sta a noi assumerci la responsabilità di quello che vogliamo manifestare di noi stessi e se raccontiamo quello che vorremmo diventare, sta sempre a noi impegnarci per esserlo nel mondo reale.

Riprendiabanner-957163_1920mo, in conclusione, le redini degli strumenti che utilizziamo per entrare in contatto col mondo e per vivere con gli altri con la consapevolezza che è nostra la libertà di scegliere come rappresentare e comunicare il meglio di noi.

Siamo davvero quello che condividiamo?

Bibliografia

R.F. Baumeister, M.R. Leary, M. R, The Need to Belong: Desire for Interpersonal Attachments as a Fundamental Human Motivation. Psychological Bulletin , 117 (3), 497-529, 1995.

H.M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare , Il Saggiatore, Milano,1964.

M. Murero, Digital literacy. Introduzione ai social media, libreriauniversitaria.it ed., 2010.

R. Parks, Who are Facebook friends? Exploring the composition of Facebook friends networks. International Communication Association Conferen-ce, Singapore, 2010.

Riva, Psicologia dei nuovi media, il Mulino, Milano 2012.

Zhao, S. Grasmuck, S., & J. Martin, Identity construction on Facebook: Digital empowerment in anchored relationships. Computers in Human Behavior , 24, 1816-1836, 2008.

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