post-title Baby food? No grazie, per mio figlio cucino io!https://sentierodellasalute.com/wp-content/uploads/raspberry-2023404_1280.jpg 2019-05-24 14:03:36 yes noInserito da

Baby food? No grazie, per mio figlio cucino io!

Nell’era dei prodotti super specializzati, arricchiti, studiati a tavolino, avere un figlio significa inevitabilmente imbattersi in scaffali colmi di baby food e venir tentati da alimenti di ogni genere, presentati come miglior alternativa possibile per la salute dei bambini da svezzare. Ma sono davvero prodotti indispensabili e più appropiati di quelli fatti in casa? Baby […]

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Nell’era dei prodotti super specializzati, arricchiti, studiati a tavolino, avere un figlio significa inevitabilmente imbattersi in scaffali colmi di baby food e venir tentati da alimenti di ogni genere, presentati come miglior alternativa possibile per la salute dei bambini da svezzare. Ma sono davvero prodotti indispensabili e più appropiati di quelli fatti in casa?

Baby food

Partiamo con la definizione di baby food. In questa categoria rientrano tutti gli alimenti industriali destinati alla prima infanzia: liofilizzati, omogeneizzati, pastine, sughi, passati di verdure, biscotti, creme di cereali, yogurt, tisane. Si tratta di prodotti pensati per i più piccoli, dallo svezzamento ai 3 anni.

Parte del loro successo è legato al fatto che vengono proposti come perfetti per garantire una buona crescita ed evitare carenze nutrizionali, in quanto realizzati da team di esperti dedicati a questo. Uno degli aspetti principali, infatti, è la loro caratteristica di essere SENZA: senza sale, senza conservanti, senza pesticidi… Tutte accortezze volte ad accompagnare i bambini in un periodo molto importante come lo svezzamento. Sicuramente il costo è poco accessibile, il che li rende peraltro limitatamente attingibili alle fasce meno abbienti della popolazione. Ciononostante, data la praticità e il risparmio di tempo,  il mercato del baby food italiano conta circa 800 milioni di euro annui e oltre 80.000 tonnellate di prodotti venduti. Di questi, i biscotti rappresentano il 25% del mercato.

Il baby food che la fa da padrone è sicuramente l’omogeneizzato, caratterizzato dalla consistenza cremosa che viene ritenuta la più opportuna in età da svezzamento. In realtà, verso i sei mesi, i nati a termine che non abbiano particolari problematiche hanno uno sviluppo neuro-motorio tale da poter approcciare alimenti di diverse consistenze, come ben dimostrato dall’alimentazione complementare (anche nota come autosvezzamento).

Perché fare a meno dei baby food?

Prendendo come riferimento il libro “L’alimentazione complementare responsiva. Una guida allo svezzamento per educatori e operatori sanitari dell’Infanzia” di Maurizio Iaia, esistono 7 validi motivi per non prendere i baby food:

  1. il sapore e la consistenza sono standardizzati, e portano alla necessità di un secondo svezzamento nel momento in cui si introducano alimenti domestici
  2. il ritardo (verso i nove mesi) nell’introduzione di cibi a pezzettini favorisce la comparsa di difficoltà nel rapporto con il cibo e riduce la varietà di alimenti accettati dal bambino nei mesi successivi
  3. hanno un costo maggiore, senza però essere migliori sul piano nutrizionale
  4. per renderli appetibili spesso e volentieri vengono aggiunte sostanze quali amidi, zuccheri, oli di origini non dichiarate, sale, aromi naturali
  5. i bambini che mangiano baby food assumono la pappa in momenti diversi dai pasti della famiglia, non vivendo quindi un’importante esperienza sociale
  6. rappresentano dei rifiuti da smaltire, per via dei contenitori
  7. possono contenere contaminanti tossici come metalli pesanti, pesticidi, micotossine, ormoni, interferenti endocrini

Cosa dare da mangiare, allora, ai bambini in età da svezzamento?

La risposta è semplice: alimenti biologici, in quanto il tipo di coltivazione cui sono soggetti prevede rotazione delle colture e concimazione organica senza ricorso a sostanze chimiche di sintesi. Sebbene da alcuni studi non emerga un vantaggio a livello di sostanze nutrizionali (la concentrazione è pressapoco identica alla controparte), tuttavia hanno il vantaggio di

  • avere un maggior quantitativo di antiossidanti/polifenoli
  • avere ridotte concentrazioni di cadmio e residui di pesticidi. A tal proposito è ben documentato che bambini che consumano alimenti biologici hanno livelli più bassi, se non inderteminabili, di pesticidi nelle urine rispetto ai bambini che consumano alimenti tradizionali.

Una volta favorita una provenienza biologica degli alimenti, bisogna sapere che ci sono dei divieti categorici fino al primo anno di vita:

  • il miele (potrebbe contenere spore di C. botulinum che l’apparato gastrointestinale del bambino non è pronto a combattere)
  • il latte vaccino, preso come alimento principale (ad. es una tazza/biberon di latte)
  • gli alimenti piccoli, di consistenza dura e forma arrotondata
  • il , per via dei tannini che riducono l’assorbimento di ferro e minerali
  • l’alcol o i preparati che possono contenerlo.

 

Un po’ di attenzione va invece posta al sale, che andrebbe non usato o aggiunto in maniera decisamente ridotta (va tenuto presente che formaggi, salumi, prodotti da forno, carne o pesce in scatola ne contengono già). Stesso ragionamento vale per lo zucchero.

Sulla base di queste considerazioni un’alimentazione ricca di vegetali e molto varia, che segua i principi della dieta mediterranea, è una validissima proposta alimentare.

L’importanza dello sviluppo del gusto

La percezione dei sapori è il risultato dell’integrazione dei sistemi olfattivo e gustativo. Quest’ultimo ha i recettori per dolce, amaro, acido, salato, umami (legato all’L-glutammato nei concentrati di carne e nei prodotti fermentati), sapore grasso e calcio (secondo le ultime evidenze scientifiche).

La capacità di percepire i sapori inizia già nella vita intrauterina (all’inizio del II trimestre), e nell’ultima parte della gestazione il feto inala e deglutisce il liquido amniotico, familiarizzando così con i nutrienti, gli aromi e i sapori di ciò che mangia la madre. Nei fatti, dunque, lo sviluppo dei sistemi olfattivo e gustativo sono completi alla nascita. Sebbene i bambini nascano con una preferenza biologicamente programmata per dolce, salato e umami, le tendenze alimentari possono essere modificate, ed il primo passo in tal senso  è la familiarizzazione con sapori nuovi. L’assunzione di una grande varietà di alimenti diversi durante la gravidanza favorisce un primo contatto con un range di sapori diversi, portando ad un imprinting gustativo-olfattivo. Questo processo continua durante l’allattamento e poi con lo svezzamento, momento in cui le tradizioni alimentari vengono riproposte e permettono un vero e proprio modellamento del gusto (a tal proposito è importante che i genitori ripropongano gli alimenti che non piacciono fino a 10-15 volte nell’arco di pochi giorni o settimane, prima di arrendersi).

In questo processo cruciale, però, i baby food rappresentano un rallentamento perché propongono sapori e consistenze artificiali e monotoni, rendendo più lento il passaggio agli alimenti domestici.

Non bisogna scordarsi dell’importanza del genitore: è un modello per il bambino, e il suo rapporto con il cibo, il suo esempio mangiando lui stesso alimenti sani, costituiscono un ruolo cruciale.

Consigli utili

Secondo le indicazioni scientifiche più recenti, che trovano eco in molte campagne di sensibilizzazione degli ultimi anni, fino ai sei mesi di vita l’allattamento (salvo speciali indicazioni del pediatra) è la fonte esclusiva di alimentazione, per le sue proprietà specifiche. E’ un prodotto completo, in grado di soddisfare ogni necessità del neonato: non è solo specie- specifico, ma è anche in grado di adattarsi alle esigenze del bambino e cambiare composizione con il passare del tempo.

L’integrazione con alimenti è severamente sconsigliata prima dei 4 mesi, e va disincentivata tra i 4 e i 6 mesi.

Il bambino dà chiari segnali circa la sua prontezza neuromotoria, e in base a questi stessi segni bisogna impostare l’alimentazione. Sono indicativi del fatto che è pronto a mangiare cibo solido:

  • capacità di stare seduto da solo o con minimo supporto
  • interesse nei confronti del cibo
  • allineamento della testa con il tronco
  • apertura della bocca con lingua appiattita per accogliere il cucchiaio
  • stretta delle labbra attorno al cucchiaino
  • spostamento di cibo soffice dalla parte anteriore a quella posteriore della bocca per deglutirlo
  • capacità di tenere il cibo in bocca per masticarlo, anziché sputarlo
  • capacità di girare la testa dall’altra parte quando non vuol mangiare

Queste manifestazioni possono comparire in un lasso di tempo che va da i 5 ai 7 mesi e devono spronare il genitore a partire con l’integrazione alimentare (in quante il latte materno, verso i sei mesi, inizia a diventare una fonte insufficiente di alcuni nutrienti), tenendo conto che le competenze di un bambino con le caratteristiche sopracitate superano di gran lunga la capacità di mangiare esclusivamente creme.

A quel punto si può iniziare a condividere i pasti con il piccolo, proponendo un’alimentazione varia e completa, condita esclusivamente con olio EVO, seguendo le tradizioni della dieta mediterranea, e alternando diversi tipi di consistenza.

Il tutto senza bisogno di baby food.

 

Bibliografia:

M. Iaia, L’alimentazione complementare responsiva. Una guida allo svezzamento per educatori e operatori sanitari dell’Infanzia, 2016, Il Pensiero scientifico editore

Sitografia:

https://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/lavoro-e-professione/2016-11-28/baby-food-no-marketing-pelle-bambini-pediatri-acp-rotta-sip-e-fimp-il-sostegno-campagna-dell-industria-alimentare–164228.php?uuid=ADSH0O3B&refresh_ce=1

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