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Noi e il nostro “vivere per la morte”.

L’Uomo vive, noi tutti viviamo. Chi con senso, chi con fatica, chi con le proprie debolezze e fragilità con cui stenta ad andare d’accordo, chi con entusiasmo dando senso a tutto. La vita crea l’Uomo e l’Uomo vive perché è vita. Ma c’è un aspetto che un po’ troppo spesso ci sfugge, un particolare molto […]

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L’Uomo vive, noi tutti viviamo. Chi con senso, chi con fatica, chi con le proprie debolezze e fragilità con cui stenta ad andargilbertgarcinphotography1e d’accordo, chi con entusiasmo dando senso a tutto. La vita crea l’Uomo e l’Uomo vive perché è vita. Ma c’è un aspetto che un po’ troppo spesso ci sfugge, un particolare molto interessante lungi dal creare scetticismo e negatività: quello del “vivere per morire”. Abbiamo mai pensato a questo? Noi viviamo per morire. Ovviamente dobbiamo andare ben oltre l’apparente significato della frase. Dobbiamo interpretare, fare nostro il concetto essenziale che sta alla base e soprattutto guardare ad essa con senso critico. L’Uomo vive per morire, perché tutta la sua vita, intrisa di progetti e realizzazioni, ha una meta finale: la morte. Ebbene, cerchiamo di entrare con una vena filosofica e col nostro pensiero in questo affascinante mistero che è, appunto, la vita.

Si è ripetuto più volte, in questo portale, che la consapevolezza e la salute nascono da un grande senso di coraggio e sano realismo, che creano in noi il giusto dinamismo per ricercare salute in modo totale. Il delicato tema della vita intesa come “viaggio verso la morte” entra a far parte di questa consapevolezza. Cosa intendiamo con la definizione “vivere per morire?”. Di certo tale riflessione vuole essere piena di positività senza nemmeno sfiorare il senso di depressione e negatività che ci circonda anche fin troppo. Per MORTE non si intende la fine di tutto, l’inutilità della vita umana, la superficialità della nostra interiorità, perché queste cose non competono a noi che invece vogliamo vivere con sorriso. Per MORTE si intende “compimento”, la meta ultima della vita che non finisce ma apre ad una dimensione di realizzazione ultima, di grande stupore.

Tralasciando ogni tipo di speculazione religiosa e spirituale e concentrandoci solamente su una dialettica filosofica, possiamo benissimo capire come l’essenza di ciascun individuo dotato di ragione sia proprio quella di “dare senso” ad ogni cosa che vive. Ecco quindi spiegata la definizione “vivere per la morte”: io vivo perché so che un giorno dovrò chiudere i miei occhi per t12887sempre e quindi mi metto nelle condizioni di vivere pienamente la mia vita dandole il giusto senso. Sì, sono temi delicati e spesso non compresi fino in fondo, ma la filosofia e le grandi domande della vita servono proprio a questo, ad aiutarci a sondare gli spazi e i temi più nascosti e sconosciuti. Per capire meglio, facciamoci aiutare da un grande filosofo che ha saputo affrontare questo tema in modo eccellente.

Martin Heidegger, che è considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico, imposta la questione del problema dell’essere, che considera “oscura e aggrovigliata”, indagando e analizzando “quell’ente che noi che cerchiamo, già siamo”. La metafisica si presenta nel primo Heidegger come analisi dell’Esserci, cioè di quell’essere, appunto, “che noi stessi già siamo, e che ha, fra le altre possibilità, quella del cercare”. Come viene detto in questo passo, l’Esserci è caratterizzato, nel suo essere-nel-mondo, dall’essere-per-la-morte. Se l’Esserci è definito dalla possibilità di essere, la morte gli si presenta come il limite e la negazione di questa possibilità e gli chiede di accettare l’essere per la morte come “orizzonte in cui si iscrive la sua vita”. Il “Si muore” cerca di esorcizzare l’angoscia davanti alla morte, di tranquillizzare gli uomini, ma Heidegger considera inautentico questo approccio all’essere-per-la-morte, che, invece, richiede all’uomo di progettarsi sapendo quale è la possibilità estrema che gli appartiene. Sapendo che non può solidificarsi su nessuna delle situazioni esistenziali raggiunte.

Un essere-per-la-morte è l’anticipazione di un poter-essere di quell’ente il cui modo dì essere è l’anticiparsi stesso. Nella scoperta anticipante di questo poter-essere, l’esserci si apre a se stesso nei confronti della sua possibilità estrema. Ma progettarsi sul poter essere più proprio significa poter comprendere se stesso entro l’essere dell’ente così svelato: l’anticipazione dischiude all’esistenza, come sua estrema possibilità, la rinuncia a se stessa, dissolvendo in tal modo ogni solidificazione su posizioni esistenziali raggiunte“. (M. Heidegger, Essere e Tempo). 

Vivere per la morte significa, quindi, esprimere il proprio Sì quotidiano che deve spingere tutti a vivere bene e con la giusta apprensione. Non è altro che una sana “inquietudine” a fare sempre di più e sempre meglio, un’angoscia non distruttiva ma costruttiva che deve stimolare a guardare tutto con senso, sia ciò che riusciamo a capire ma soprattutto ciò che non riusciamo a capire. Dire Sì alla vita vuol dire dire Sì alla morte, una dimensione universalmente certa per tutti, ma così ancora poco accettata proprio perché non capita. Come poter realizzare tutto questo? Attraverso il coraggio e l’autenticità, qualità per dare il giusto scopo a quella morte che non dovrà più fare paura, ma che, al contrario, dovrà celebrare in modo spettacolare una vita vissuta per davvero.

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“Se prendo la morte nella mia vita, la riconosco, e l’affronto a viso aperto, mi libererò dall’angoscia della morte e dalla meschinità della vita, e solo allora sarò libero di diventare me stesso.” (Martin Heidegger).

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